18.1.10

Benedetto XVI in Sinagoga

Alcuni passaggi a mio parere molto importanti della visita del Santo Padre alla Sinagoga di Roma. In sintesi: la comunanza dell'identità di fede, particolarmente significata nel Decalogo, porta Ebrei e Cristiani a potersi reciprocamente sostenere in alcuni fondamentali ambiti: rifiuto dell'idolatria, rispetto della vita, tutela della famiglia, impegno speciale per i più poveri.

Il passare del tempo ci permette di riconoscere nel ventesimo secolo un’epoca davvero tragica per l’umanità: guerre sanguinose che hanno seminato distruzione, morte e dolore come mai era avvenuto prima; ideologie terribili che hanno avuto alla loro radice l’idolatria dell’uomo, della razza, dello stato e che hanno portato ancora una volta il fratello ad uccidere il fratello. Il dramma singolare e sconvolgente della Shoah rappresenta, in qualche modo, il vertice di un cammino di odio che nasce quando l’uomo dimentica il suo Creatore e mette se stesso al centro dell’universo. Come dissi nella visita del 28 maggio 2006 al campo di concentramento di Auschwitz, ancora profondamente impressa nella mia memoria, “i potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità” e, in fondo, “con l’annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell’umanità che restano validi in eterno” (Discorso al campo di Auschwitz-Birkenau: Insegnamenti di Benedetto XVI, II, 1[2006], p. 727).

Lo sterminio del popolo dell’Alleanza di Mosè, prima annunciato, poi sistematicamente programmato e realizzato nell’Europa sotto il dominio nazista, raggiunse in quel giorno tragicamente anche Roma. Purtroppo, molti rimasero indifferenti, ma molti, anche fra i Cattolici italiani, sostenuti dalla fede e dall’insegnamento cristiano, reagirono con coraggio, aprendo le braccia per soccorrere gli Ebrei braccati e fuggiaschi, a rischio spesso della propria vita, e meritando una gratitudine perenne. Anche la Sede Apostolica svolse un’azione di soccorso, spesso nascosta e discreta.

Numerose possono essere le implicazioni che derivano dalla comune eredità tratta dalla Legge e dai Profeti. Vorrei ricordarne alcune: innanzitutto, la solidarietà che lega la Chiesa e il popolo ebraico “a livello della loro stessa identità” spirituale e che offre ai Cristiani l’opportunità di promuovere “un rinnovato rispetto per l’interpretazione ebraica dell’Antico Testamento” (cfr Pontificia Commissione Biblica, Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana, 2001, pp. 12 e 55); la centralità del Decalogo come comune messaggio etico di valore perenne per Israele, la Chiesa, i non credenti e l’intera umanità; l’impegno per preparare o realizzare il Regno dell’Altissimo nella “cura del creato” affidato da Dio all’uomo perché lo coltivi e lo custodisca responsabilmente (cfr Gen 2,15).

In particolare il Decalogo – le “Dieci Parole” o Dieci Comandamenti (cfr Es 20,1-17; Dt 5,1-21) – che proviene dalla Torah di Mosè, costituisce la fiaccola dell’etica, della speranza e del dialogo, stella polare della fede e della morale del popolo di Dio, e illumina e guida anche il cammino dei Cristiani. Esso costituisce un faro e una norma di vita nella giustizia e nell’amore, un “grande codice” etico per tutta l’umanità. Le “Dieci Parole” gettano luce sul bene e il male, sul vero e il falso, sul giusto e l’ingiusto, anche secondo i criteri della coscienza retta di ogni persona umana. Gesù stesso lo ha ripetuto più volte, sottolineando che è necessario un impegno operoso sulla via dei Comandamenti: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i Comandamenti” (Mt 19,17). In questa prospettiva, sono vari i campi di collaborazione e di testimonianza. Vorrei ricordarne tre particolarmente importanti per il nostro tempo.

Le “Dieci Parole” chiedono di riconoscere l’unico Signore, contro la tentazione di costruirsi altri idoli, di farsi vitelli d’oro. Nel nostro mondo molti non conoscono Dio o lo ritengono superfluo, senza rilevanza per la vita; sono stati fabbricati così altri e nuovi dei a cui l’uomo si inchina. Risvegliare nella nostra società l’apertura alla dimensione trascendente, testimoniare l’unico Dio è un servizio prezioso che Ebrei e Cristiani possono e devono offrire assieme.

Le “Dieci Parole” chiedono il rispetto, la protezione della vita, contro ogni ingiustizia e sopruso, riconoscendo il valore di ogni persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio. Quante volte, in ogni parte della terra, vicina e lontana, vengono ancora calpestati la dignità, la libertà, i diritti dell’essere umano! Testimoniare insieme il valore supremo della vita contro ogni egoismo, è offrire un importante apporto per un mondo in cui regni la giustizia e la pace, lo “shalom” auspicato dai legislatori, dai profeti e dai sapienti di Israele.

Le “Dieci Parole” chiedono di conservare e promuovere la santità della famiglia, in cui il “sì” personale e reciproco, fedele e definitivo dell’uomo e della donna, dischiude lo spazio per il futuro, per l’autentica umanità di ciascuno, e si apre, al tempo stesso, al dono di una nuova vita. Testimoniare che la famiglia continua ad essere la cellula essenziale della società e il contesto di base in cui si imparano e si esercitano le virtù umane è un prezioso servizio da offrire per la costruzione di un mondo dal volto più umano.

Come insegna Mosè nello Shemà (cfr. Dt 6,5; Lv 19,34) – e Gesù riafferma nel Vangelo (cfr. Mc 12,19-31), tutti i comandamenti si riassumono nell’amore di Dio e nella misericordia verso il prossimo. Tale Regola impegna Ebrei e Cristiani ad esercitare, nel nostro tempo, una generosità speciale verso i poveri, le donne, i bambini, gli stranieri, i malati, i deboli, i bisognosi. Nella tradizione ebraica c’è un mirabile detto dei Padri d’Israele: “Simone il Giusto era solito dire: Il mondo si fonda su tre cose: la Torah, il culto e gli atti di misericordia” (Aboth 1,2). Con l’esercizio della giustizia e della misericordia, Ebrei e Cristiani sono chiamati ad annunciare e a dare testimonianza al Regno dell’Altissimo che viene, e per il quale preghiamo e operiamo ogni giorno nella speranza.

16.1.10

II Domenica tempo ordinario - ANNO C

Domenica 17 Gennaio 2010

Isaia 62,1-5 Gioirà lo sposo per la sposa
Salmo 95 Rit.: Annunciate a tutti i popoli le meraviglie del Signore
1 Corinti 12,4-11 L'unico e medesimo Spirito distribuisce a ciascuno come vuole
Giovanni 2,1-12 Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù


1. Seguire Gesù
Dopo il Battesimo del Signore, inizia il cammino del tempo ordinario.
Nelle letture di domenica scorsa, festa del Battesimo del Signore, Gesù è presentato come il “Figlio amato”, da ascoltare. In questa seconda domenica del T.O., il tema è ulteriormente sviluppato, e Gesù, in particolare, è indicato come colui da seguire, nel cammino ordinario della vita.
Dopo che il Padre stesso lo ha in qualche modo manifestato, sono adesso altri uomini a mostrarcelo come degno di fede e di sequela.
In questo senso la scelta della Liturgia, che, pur facendoci seguire in lettura continua i tre Vangeli sinottici in ciascuno dei tre anni liturgici, propone per la prima domenica del tempo ordinario un brano del Vangelo di Giovanni. In particolare, negli anni A e B è Giovanni Battista ad indicare Gesù come “Agnello di Dio” e ad invitare i suoi discepoli – tutti noi - a seguirlo.
Nell’anno C, il brano prescelto delle nozze di Cana ci mostra una figura che compie la stessa azione ma in modo diverso: è Maria, sua madre, che sembra quasi spingere Gesù a “manifestare la sua gloria” davanti ai discepoli, che infatti, si dice, “credettero in Lui”.

2. La manifestazione
La figura di Maria è fondamentale nel brano, che si apre proprio sottolineando la sua presenza alle nozze; dalla successione del testo (nel testo originale: “Ora, fu invitato anche Gesù”) pare quasi che la stessa presenza di Gesù sia conseguenza dell’invito alla madre.
Altri particolari ci parlano della manifestazione di Gesù: certamente il vs. 11, che esplicitamente indica questo come “l’inizio dei segni” con cui Gesù “manifestò la sua gloria”, ma anche il successivo vs. 12.
Il riferimento alla città di Cafarnao, la città più importante della Galilea, rappresenta, per tutti i Vangeli, l’inizio della predicazione pubblica di Gesù (Mt. 4,13; Mc 1,21; Lc. 4,31) e dei suoi miracoli, tanto che san Matteo lega a tali fatti la famosa profezia di Isaia sulla “Galilea delle genti” (Mt.4,15-16).
Anche l’Evangelista san Giovanni precisa come Cana sia solo “l’inizio” dei segni.

3. La nuova Alleanza
La manifestazione, dicevamo, sembra sollecitata da Maria: il testo porta a chiedersi quanto sapesse la madre della missione del Figlio.
La domanda, ma soprattutto la risposta di Gesù sembra suggerire che Maria sappia e stia già pensando ad un altro vino, al gesto che Gesù farà nell’ultima Cena, quando giungerà la sua “ora”.
Comunque sia, la Beata Vergine, rivolgendo ai servi la frase “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” rimette tutto alla volontà del Figlio, sottomettendosi al piano di Dio; al tempo stesso, però, non rinunciando all’amorosa sollecitudine verso Gesù, affinché Egli faccia qualcosa (“qualsiasi cosa”) per gli uomini.
E in tal modo trova risposta a tutto: non solo perché Gesù compie effettivamente il segno, ed inizia con esso la sua rivelazione, ma anche perché la parola “vino” non si troverà più in tutto il Vangelo di Giovanni, se non legata a questo miracolo (Gv. 4,46).
Certo Gesù parlerà esplicitamente del suo sangue (Gv. 6,53-56), però con questo miracolo Gesù ci vuole rappresentare la realtà della nuova Alleanza.
Il senso del passaggio dal vecchio al nuovo è dato anche dal riferimento alle anfore per la purificazione rituale dei Giudei. Esse rappresentano l’antica Alleanza, ove ci si purificava con acqua; il vino nuovo è la nuova Alleanza di Gesù. Riecheggia sia la predicazione di Giovanni Battista, che battezza “con acqua soltanto” in attesa di Colui che battezzerà in Spirito, sia le parole di Gesù stesso sul vino nuovo.

4. Ti sposerà Dio
La nuova Alleanza è un nuovo rapporto di Dio con gli uomini, è Dio che ama gli uomini e diventa tutt’uno con loro… come un matrimonio. Le nozze di Cana sono anche le nozze di Dio con il suo popolo.
Questa chiave interpretativa emerge prepotentemente nella Prima Lettura, in cui il Profeta non si dà pace, “per amore”, finché non sia realizzato un altro Amore: quello appunto di Dio con il suo popolo. E’ la vera novità (il “nome nuovo”) da contemplare, ed è una realtà da annunciare alle genti.
Gli ultimi versetti della Lettura ci descrivono l’amore bellissimo e totale di questo sposalizio, che dà gioia, toglie la solitudine, rende ognuno orgoglioso dell’altro e porta ad un contagioso annuncio.
In modo forse meno poetico e più didascalico, ma non per questo meno intenso, san Paolo descrive, nella Seconda Lettura, la stessa realtà.
Il brano, nel suo contesto originale volto a cercare l’unità in una comunità cristiana divisa, letto nel tema di questa domenica assume una luce diversa ed altrettanto significativa.
Nella Chiesa, espressione della nuova realtà descritta, l’unione tra Dio e l’uomo si realizza attraverso lo Spirito Santo, ed è così intensa che ogni uomo è portatore di una caratteristica di Dio. Lo Spirito, nell’interiorità del cristiano, suscita i diversi doni; essi provengono dall’uomo, ma sono, al tempo stesso, di Dio.
E’ un’unione perfetta tra Dio e l’uomo, che sono un’unica cosa, come l’uomo e la donna divengono una sola carne nel matrimonio. E non si comprende più chi è colui che opera: l’uomo, certo, ma in lui Dio.

5. Una salvezza donata e gratuita
Ancora due considerazioni, a margine del discorso.
C’è da notare che questi doni sono dati per essere usati per Dio e a lui ri-offerti. Lo Spirito ci dà i doni; noi li usiamo per Dio e ne gustiamo la bellezza e la gioia, sebbene non siano nostri, ma gratuitamente donati. Ed anzi sebbene, in realtà, sia lo Spirito ad operare “tutte queste cose”.
Questo ricorda un po’ lo sposo delle nozze di Cana, che si prende i complimenti per il vino, sebbene non abbia fatto assolutamente nulla, se non essere destinatario del dono di Gesù.
Ricorda anche la Messa, dove Dio riceve in offerta l’uomo Gesù e questo ci merita la redenzione, sebbene noi non abbiamo fatto nulla per meritarla.

6. Maria sposa di Dio
Se, poi, l’unione è così perfetta, si comprende perché Maria sia il “personaggio centrale” delle Letture, lei che, per prima, ha sperimentato lo sposalizio con Dio, l’unione con lui attraverso lo Spirito, la presenza in sé del frutto dell’amore, il Figlio di Dio fatto uomo.
A lei dedichiamo il pensiero finale di questa riflessione: Come un giovane sposa una Vergine, così ti sposerà il Signore.